martedì 13 novembre 2007

Timor-Leste "Il mercato di Maubisse - 11 Nov 2007"


ITALIANO

Domenica 11 Novembre sono andato a vedere il mercato settimanale di Maubisse, un villaggio che definire remoto e' poco. La strada per arrivarci e' impossibile, ma un viaggiatore che si e' trovato a passare di la' per lavoro mi ha detto che valeva la pena andarci.

Al posto del parcheggio (che non c'e' affatto) ci sono una serie di posti ove legare i cavalli; infatti da tutti i villaggi limitrofi, ancora più sperduti di Maubisse, ogni domenica si riversano mercanti e compratori.

Le foto parlano da sole. È stata un'esperienza molto bella.

Per molte foto in piu', guardare questa galleria:
http://picasaweb.google.com/lepori.andrea/20071111MaubisseMarketTimorLeste?authkey=vkBVnRRg8m0


ENGLISH
Sunday 11 November I went to see the weekly market in Maubisse, a village that is more than remote. The road to get there is impossible, but a traveler who saw the market told me that the market itself is worth it.

Instead of parkings (that are missing) there are a number of places where horses are tied, since from all neighboring villages, (even more remote than Maubisse) every Sunday merchants and buyers move to Maubisse.

The photos speak for themselves. It was a wonderful experience.
For more pictures have a look at:
http://picasaweb.google.com/lepori.andrea/20071111MaubisseMarketTimorLeste?authkey=vkBVnRRg8m0













giovedì 8 novembre 2007

Timor-Leste "Jaco Island 2,3,4 Nov 2007"

Il famoso ponte di Ognissanti in quest'anno del Signore 2007 e' capitato essere giovedi e venerdi, e per noi a Dili quindi c'era il sabato lavorativo e poi la domenica. Allora i miei ragazzi mi hanno chiesto se potevamo fare un ponte lungo, di quattro giorni.
Sorvolando sul fatto che "ragazzi" e' un termine un po' impreciso, dato che l'eta' arriva a 58 anni e l'eta' media e' comunque intorno ai 40, in testa glielo do', il ponte. Ho ideato questa soluzione: Il giovedi, sebbene festa si lavora, e poi facciamo vacanza per tre giorni di fila , venerdi, sabato domenica.

E il venerdi sono partito anche io, per la famosa famosissima isola che si chiama Jaco, all'estrema punta verso est dell'isola di Timor.
Sull'isola non si puo' domire e non ci sono case, sebbene sia abbastanza grande. Ci si va in barca e si torna lo stesso giorno. Ma poi ci arrivo.

Il gruppo sarebbe stato di tre macchine, piene di gente, ma alla fine, per dei motivi abbastanza vari (chi e' andato in Australia, chi a Bali, chi in montagna) ci siamo ritrovati ad essere in pochi. Partiamo, io l'autista e due donne giapponesi.

Per una distanza di circa 250 km ci si possono mettere 6 ore, e noi infatti, ligi alle regole, ce le abbiamo messe. Abbiamo fatto la scorta di acqua da bere, biscotti, alcuni succhi di frutta e siamo partiti, alle 11.30, perche' una delle due giapponesi doveva lavorare. Ma dimmi tu . . .

Pieno di gasolio, e lasciamo la citta'.

Il tragitto per arrivare e' di una noia paurosa, e si svolge maggiormente lungo la costa, a tratti allontanandosene.

Unico evento forse interessante sono delle case di legno, piazzate in cima a dei tronchi d'albero, e il nostro autista ci spega a cosa servono. Sono degli edifici tradizionali in cui vengono custoditi i cimeli delle famiglie importanti, tipo una lancia o una spada antiche, dei documenti ecc.



L'aspetto notevole e' che ci abita una persona, di solito donna, la quale viene scelta dal capo clan dopo una misteriosa ispirazione, e vien rinchiusa li' sopra, e dotata di tutto il necessario per vivere nel lusso.
Li' dentro pero'.
Viene continuamente rifornita di cibo, vestiti medicinali etc. e lei presidia le cerimonie ufficiali della famiglia, quando gli anziani si riuniscono. Puo' sposarsi, fare figli e tutto quello che vuole, ma puo' mettere piede a terra un giorno solo all'anno. Di solito la persona prescelta e' contenta di starci.
Di solito.
E ci racconta, l'autista, che nella loro palafitta familiare c'e' una signora di circa 60 anni, che sta li' sopra da quando ne aveva 17.

A parte questa sosta, non e' successo niente di particolare, e il viaggio e' stato tranquillamente noioso.

L'aspetto piu' pazzesco ai miei occhi e' che gli ultimi 50 chilometri di strada sono su una multattiera in pietra, larga forse due metri; non c'e' un'altra strada per raggiungere quel posto.


Questa e' la strada che porta a Tutuala, ed e' cosi' per 50 km!

Arriviamo in serata al lodge dove ci dicono che non ci aspettavano ed e' tutto pieno. Allora rispondiamo che avevamo prenotato e loro ci rispondono che quella mattina si erano presentate altre persone, e per errore le camere erano state date a loro.
Il villaggetto e' delizioso, dieci bungalow per ospiti piu' uno grande come ristorante, e gli alloggi per le maestranze.
Solo che per noi posto non ce n'e'.


Che fare? Non pensi il mio solitario lettore (nel frattempo gli altri avranno abbandonato la lettura) che si puo' andare a dormire da un'altra parte. Non c'e' un'altra parte, Il posto e' quello e c'e' solo questa specie di villaggio. Allora bonariamente ci propongono di dormire nella veranda adibita a ristorante, aperta su tutti e quattro i lati e con un tetto di paglia sopra la testa. Noi accettiamo (ma vah?) e ci portano pure dei giacigli.
Nel complesso la dormita va benissimo, a parte la paura di eventuali animali, che per fortuna si sono limitati a fare versi terrifici per tutta la notte, ma non si sono fatti vedere.

E la mattina successiva avviciniamo un pescatore che ci porti in dieci minuti di barca sulla spettacolare Jaco Island.


Questa e' la vista dal mare di Jaco Island. Purtroppo e' stata scattata nell'andar via, quini sono presenti persone sulla spiaggia, che al momento di arrivare non c'erano.

Il pescatore ci scarica sulla spiaggia che e' completamente, ma completamente deserta, a perdita d'occhio. La sabbia e' bianca, e c'e' una trasparenza incantevole.
Prendiamo posizione un po' distanti, perche' non e' che ci si conosca bene, e ognuno si butta in acqua.

Il mare e' tiepido, una vera goduria. Metto le pinne, la maschera e inizio a nuotare.
Lo spettacolo sott'acqua lascia senza fiato; una varieta' di specie diverse immensa, il numero di pesci colorati non si avvicina nemmeno a quanto avevo gia' visto altrove.
Una miriade di pesciolini blu elettrico si mischia ad un altro branco color rosso vivo, e tutti insieme entrano tra i rami del corallo all'unisono, se ci si avvicina.
Poi pesci grandi, piccoli, di superficie, di fondo, sgargianti o mimetici. C'e' tutto.
C'e' il corallo rosso, che credevo estinto, e quello blu, che avevo visto solo in filippine, prima.

Verso ora di pranzo diciamo dalle 11 e mezzo in poi cominciano ad arrivare altre barche che scaricano parecchi altri forestieri come noi. Nel complesso una trentina di persone distribuite su un chilometro. Beh ci si può stare.

Me ne stavo bellamente sdraiato sulla riva a pensare ai casi miei, quando sento un urlo, che veniva dal mare, un "Oh!" della durata di un decimo di secondo, e poi niente. Alzo lo sguardo e vedo il mio autista sparire sott'acqua a circa 30 metri dalla riva.
Ma come un sasso, senza schiamazzi o spruzzi d'acqua o agitamenti di altro tipo. Semplicemente affonda. Mentre tutti si guardano domandandosi cosa sia il problema, in un istante mi ricordo che il demente mi aveva detto di non saper nuotare, e mi lancio in acqua verso di lui. Nuoto come un forsennato ed in circa 20 secondi arrivo dov'era. Mi immergo e che vedo?
Questo beato ragazzo, del tutto immobile sul fondo del mare, a circa 4 metri di profondita'.
In mano stringeva la maschera. La mia maschera.
Vado sotto a recuperarlo e, ricordando la prima regola dei salvataggi mi dico:
"Mo' se questo mi si aggrappa e prova a farmi bere, gli ammollo un calcione che sul fondo ce lo rimando io".
E trepidando gli prendo il braccio piu' vicino a me. Senza reagire comincia a risalire, tirato da me. Lo prendo con il palmo della mano sotto il mento e gli metto la testa fuori dall'acqua, stupito dalla sua inerzia. Lo sento quindi subito respirare rumorosamente, con un po' di tosse e mi tranquillizzo. Mi accorgo in quel momento che uno dei ragazzi portoghesi e' arrivato anche lui. Allora tenendo l'aspirante annegato da sotto il collo comincio a nuotare verso riva e dopo forse un paio di minuti dall'inizio di tutto eravamo arrivati. E lui che diceva:
"Mai piu' mai piu'."

Qualche ora dopo, a cena gli ho fatto i complimenti per come era stato docile durante il salvataggio, perche' non mi aveva creato nessuna difficolta', e lui, anima bella, mi ha detto candidamente che era la quarta volta che cercava di annegare e qualcuno lo salvava. Un professionista dei salvataggi, si potrebbe dire. Ma dalla parte sbagliata.

Un paio d'ore dopo si fa l'ora pattuita per venirci a prendere, e noi ci prepariamo. Solo che il pescatore non si fa ne' vedere ne' sentire. Dopo una buona mezz'oretta di attesa ci mettiamo a chiedere alle altre barche (che nel frattempo stavano portando nuovi forestieri per fare un falo' con annesso barbeque) e troviamo un altro barcarolo che accetta di portarci. Io benedicevo la mia diffidenza che mi aveva consigliato di non pagare quell'asino nel viaggio di andata.

Finita la traghettata, mentre scendiamo dalla barca chi ci viene incontro? Quel fedifrago che dopo non avere ottemperato alla promessa di venirci a riprendere, ha pure voluto essere pagato per il viaggio di andata. Bah.

Tornati al villaggio, cena a base di pesce e poi letto (nel ristorante beninteso). Una ulteriore complicazione e' che una banda di carampane australiane (8 o 10 mi pare) le quali avevano preso tutte le palafitte disponibili, (come nota di folklore aggiungo incidentalmente che il loro peso medio era tra i 90 e i 130 kg) la seconda notte ha voluto trasferirsi a dormire nel ristorante, portandosi i loro materassi, in quanto le loro stanze erano state preda di branchi di topi durante la notte precedente. Il mio autista mi dice che se fanno cosi' porteranno i topi nel ristorante, e io non so se scherzasse o dicesse sul serio, fatto sta che quella notte i topi li ho visti sulle travi del tetto, la notte precedente no.

Quindi passiamo la notte in questa specie di mucchio selvaggio, almeno stavamo in compagnia.

La mattina dopo ci mettiamo in macchina per ritornare, cercando di arrivare a Dili con il giorno, Per motivi di sicurezza meglio spiegati innanzi. Pero', prima di lasciare quel paradiso ci informano che molto vicino c'e' un posto dove sono presenti delle iscrizioni in una grotta le quali iscrizioni risalgono a 30.ooo anni fa. E noi, ovviamente, non possiamo certo perderci una parentesi culturale di quella levatura, e decidiamo di fare una deviazione allo scopo.
Il gestore delle camere ci propone di portare con noi un suo dipendente che ci puo' fare da guida, visto che non e' facilmente raggiungibile. Poi il vero senso della locuzione "facilmente raggiungibile" mi e' stato chiaro un'oretta dopo.
E la guida verrebbe con noi, oltre che per amore della cultura, anche per 10 dollari, che potranno anche sembrare pochi, ma sono esattamente il doppio del costo di una camera per la notte.

Cosi' ci mettiamo in macchina, e dopo una decina di chilometri prendiamo un sentiero largo forse un metro e mezzo, e la macchina chiaramente non ci passava tanto bene. Poi arriviamo.
Un momento, arriviamo dove la macchina deve arrestarsi. I lresto e' a piedi.

Bene, io ho sempre avuto una certa antipatia per la montagna in generale e per il trekking in particolare, ma la discesa verso questa grotta puo' assimilarsi a quello che oggi si chiama free climbing. In sostanza siamo dovuto scendere sul fianco di una montagna su un percorso lungo forse due chilometri, strettissimo, una pavimentazione in cemento, appena abbozzata ne segnalava il tragitto, quando c'era. Poi per centinaia di metri era una discesa a salti di un metro o un metro e mezzo, cadendo su sassi tutto irregolari. La camminata era spossante, saremo discesi di forse 200 metri in un ambiente umido, pieno di insetti, con un sole che arrostiva nonostante fossero ancora le nove del mattino. Pero' cosa non si fa per amore della conoscenza . . .

E alla fine arriviamo.
Ragazzi che spettacolo! Premetto che non era in una caverna come avevo capito, ma sul fianco di una parete di roccia, all'aperto ed alla luce del sole. Alcuni omini stilizzati disegnati su una parete con tinta rossa, una specie di sole e poco altro. Alcuni di essi erano appena visibili, altri erano cosi' scintillanti da suscitare almeno il dubbio, ad essere benevoli, che forse non erano piu' vecchi di qualche giorno. Ma senz'altro sono io che sragionavo a causa della disidratazione e dell'accumulo di acido lattico financo nel cervello.



Ma la parte piu' bella e' stata la risalita! Una ammazzata da togliere il fiato anche ad un atleta, e io non credo di esserlo, comunque. non terminava piu', ogni curva mi illudevo fosse l'ultima, ma poi c'era un altro pezzetto. Mi volevo sdraiare per terra chiedendo all'autista di sopprimermi, ma non ho avuto il coraggio. Poi, un po' per volta, con la lingua che strusciava per terra, sono arrivato alla macchina.

Ci rimettiamo in macchina e piano piano procediamo verso Dili. Giusto il tempo di fermarci per pranzo in un paese dove hanno messo un albergo per turisti e poi siamo ripartiti. E' notevole il fatto che in quest'area in mare alcuni miei conoscenti hanno visto i coccodrilli. In mare! Mi dicono che sono quelli del fiume che certe volte si allungano in mare, ma non dev'essere un incanto trovarseli a nuotare vicino, penso.

Sulla strada del ritorno incontriamo una processione. Era esattamente sulla strada e le macchine non passavano. Ci mettiamo in coda pazientemente finche' l'autista non si affaccia dal finestrino e, dopo aver guardato la ruota davanti, dice: "Abbiamo bucato". Che iella. Ma fosse solo la foratura il problema.
Ci togliamo dalla coda di macchine e lui inizia a prendere gli attrezzi, svita i bulloni, ma dice che ce ne e' uno che non si svita. Lo guardo e che cosa vedo? E' un bullone antifurto, diverso dagli altri, serve un adattatore. Cerchiamo in macchina ma non si trova. Togliamo borse, valigie, buste di plastica, tutto in pratica, ma proprio non c'e'.
Allora cominciamo a fermare tutte le macchine straniere. Cioe' macchine con espatriati a bordo.

Ognuno, ma proprio ognuno che prova con la sua chiave a svitare questo bullone. Ma santa pazienza, penso io, ma se la chiave tua e' uguale alla nostra, e la nostra e' stata buona a svitare 5 bulloni, cosa ti fa' pensare che la tua, del tutto identica, sviti quell'ultimo bullone?

Ma evidentemente fa parte delle strutture del nostro cervello. Inoltre nessuno pareva conoscere l'esistenza di bulloni anti svitamento, forse noi italiani con i furti siamo piu' attrezzati. Che ne so? Ma nessuno, ne' l'autista, ne' le 2 giapponesi, ne' tutti quelli che si sono fermati ad aiutarci (diciamo una quarantina di macchine, per un totale di 150 persone).
Addirittura un portoghese sosteneva che quel bullone si era spanato perche' era stato avvitato troppo forte. E io gli ho fatto notare che ne avevamo uno spanato per ogni ruota, ma lui insisteva su questa convinzione, tanto era nuovo per lui il concetto di bullone antifurto.

Comunque questo mi ha permesso di conoscere la meta' degli espatriati che si trovano a Timor-Leste (immagino che l'altra meta' avesse pensato di fare il ponte in direzione ovest). Infatti fermando tutte le macchine ho incontrato australiani, portoghesi, nepalesi, filippini, pakistani tedeschi, neozelandesi, francesi, giapponesi etc.
Tutti inutili ai nostri scopi, ma si sono profusi comunque in consigli e sorrisi di circostanza. Molti ci hanno offerto la loro provvista di bottiglie di acqua minerale (che pena che gli dobbiamo aver fatto).

Si cominciavano a fare le 4, e dovevamo passare un certo villaggio prima che facesse buio, perche' c'era un allarme dell'onu secondo il quale li' stavano avvenendo turbolenze e blocchi stradali, di sera. Ed il nostro buon autista apparteneva ad un'etnia in guerra con quella di quel villaggio, dunque era opportuno sbrigarsi. Ma eravamo impantanati li'. Decidiamo di chiamare la capitale e farci mandare una macchina di corsa, nel vero senso della parola. 110 km di stradaccia, in pratica 2 ore e mezzo. Parte quindi in nostro aiuto il proprietario della macchina, che al telefono aveva detto di non sapere niente di bulloni speciali.

E io riflettevo: della presenza di questo bullone strano sulla mia macchina non lo sapevo, ed ho avuto questa macchina per piu' di un mese, potendo bucare dovunque, in citta'. Avrei potuto scoprire questo problema vicino casa, a portata di aiuto da parte di 30 o 40 persone.
E invece dove mi va a succedere?
Qui.
Dove "qui" lo dicevo guardando la mancanza totale di qualsiasi oggetto artificiale, eccezion fatta per la macchina e la strada. In tutte le direzioni, a perdita d'occhio, non c'era nient'altro che campi incolti, rocce, sterpi. Ne' una casa, ne' un fuoco in lontananza, ne' persone. Niente.

I minuti passano lentissimi, senza avere niente da fare, con un caldo ed un'umidita' degna di un bagno turco, tra una telefonata alla coniuge ignara, che racconta storie di inumazioni feline, e ulteriori tentativi di trovare questo adattatore in qualche altra macchina.
Cominciava ad imbrunire e le macchine che correvano verso Dili si fermavano molto poco volentieri, perche' ogni minuto perso rappresentava un incremento delle probabilita' di beccarsi un sasso vagante o di trovare un posto di blocco.

Passano due ore e mezzo giuste, ed ecco che spunta il manager della societa' che affitta le macchine con un meccanico al seguito. In quattro e quattr'otto vaticina che in effetti il bullone e' diverso dagli altri e a martellate ci infila di prepotenza una chiave di misura piu' piccola dei bulloni normali, giusto per poter acchiappare quel bullonaccio infame e svitarlo. Cambiano la ruota e ci rimettiamo in macchina. Fa buio in quel momento.

Sulla via del ritorno ritroviamo la processione, che nel frattempo aveva percorso 4 o 5 km. Tutti in mezzo alla strada, e una decine di macchine che come la nostra aspettavano, procedendo a passo d'uomo. Un'altra ora di supplizio, ho imparato il rosario in Tetun. E poi ci hanno fatto passare.

L'altra macchina, quella del manager ce la perdiamo praticamente subito, non so se ci hanno superato o sono rimasti dietro. Corri corri verso Dili ed arriviamo al paese pericoloso, Metinaro. E' ormai buio fitto e temiamo che qualcuno ci fermi con degli ostacoli in mezzo alla strada. Se prendono il mio autista, finisce all'ospedale ad essere fortunati (qui usa cosi', lui mi ha raccontato che a Dili anche lui fa le stesse cose, al contrario).
C'e' molta gente per strada e un signore di forse 50 anni, con un bel sasso in mano, ci fa segno di rallentare, poi guarda dentro e ci dice di passare.
Pfui anche questa e' fatta. Questo autista e' discretamente fortunato, vedo.

Dopo meno di mezz'ora torniamo in albergo ed ognuno si ritira nei suoi alloggi.
Nel complesso una tre giorni pregna.

lunedì 29 ottobre 2007

Timor-Leste "La visita a Oecussi - Ottobre 2007" >>ITA >>ENG

ITALIANO (for english see below)

Tra le strade di cui mi devo occupare ce ne sono due in una regione di Timor-Leste che si chiama Oecussi. Fin qui nulla di strano. Pero' Oecussi e' una regione un po' particolare, e' un'enclave all'interno dell'Indonesia, infatti come ricorderanno i miei quattro lettori (citazione dotta) l'isola di Timor e'
divisa in due parti di simile grandezza (questa e' un'altra citazione, del tutto involontaria, e me ne sono accorto un paio di giorni dopo averla scritta, comunque piu' difficile dell'altra), quella ad ovest e' Indonesia, quella ad est e' la Republica Democratica de Timor-Leste. Poi c'e' l'anomalia di Oecussi, appunto.


Per arrivarci bisogna prendere il traghetto, che c'è solo due volte la settimana, parte verso le 19 ed arriva la mattina alle 6. Il traghetto ha solo posti per passaggio ponte, come dicono quelli della Tirrena, e le cabine sono destinate all'equipaggio. Siccome pero' tutto il mondo e' paese, i 10 marinai della nave affittano le loro cuccette a 40 dollari a viaggio. Che si aggiungono ai 15 del viaggio ordinario ed ai 150 per la macchina. Mi sono imbarcato lunedi 22 ed ho preso possesso della mia cuccetta, mediamente pulita. C'era anche la chiave del bagno, che deve rimanere sempre chiuso a chiave altrimenti lo usano anche i passeggeri ordinari, mentre e' per l'equipaggio e per gli ospiti di lusso. Chiaramente tutte le centinaia di persone imbarcate assieme a galline, capre e mucche, non e' che stiano nelle sale passeggeri, ma si spargono per tutti i posti liberi della nave, ivi compresi i corridoi della zona cabine. Accade dunque che se devi andare in bagno devi uscire dalla cabina e scavalcare decine di persone ammucchiate per terra, bambini, anziani, tutti con braccia e gambe non facilmente identificabili attraverso le coperte, e quindi nel passare bisogna far molta attenzione a non svegliare il corridoio intero per gli strilli di quello a cui hai schiacciato una mano. Peggio e' andata ad un mio collega che ha dovuto confrontarsi, tra gli altri viaggiatori, con una meretrice che esercitava sdraiata nel corridoio circondata da altri passeggeri, celata soltanto da una coperta, e c'era la fila di uomini pronti a fruirne, appena fosse andato via il cliente di turno.

Arrivo a Oecussi, e la nave sbarca sulla spiaggia, perché non c'è un porto. Solo una specie di rampa di sassi che finisce nel mare. Chiedo ai miei fidi aiutanti: "ma dov'è Oecussi?" e mi dicono "Ma siamo a Oecussi" Io allora reprimo lo schiaffone che sto per dare e ridico con un sorriso "Lo so che siamo a Oecussi, ma la città dov'è?" Mi rispondono "Oecussi e' una regione non una città, comunque il capoluogo e' questo". Io allora riguardo intorno, alla ricerca di qualche dettaglio che mi era senz'altro sfuggito e noto soltanto una spiaggia, della gente che trascinava bestie fuori dalla nave e alcune case, forse 6 o 7 abbastanza distanti tra loro. Ovviamente la parola "case" va intesa latu sensu. Be' partiamo alla ricerca delle strade da investigare, con tutti gli strumenti del caso. La strada e' lungo la spiaggia. dopo parecchi chilometri di strada costiera, arriviamo a destinazione ed eseguiamo i rilievi del caso. Quando uno pensa alla spiaggia, magari si figura Rimini, o forse Ostia. Qui e' una spiaggia lunga decine di chilometri, con pochissime casette molto modeste, sparse su un territorio vasto. Mi ricorda un po' le spiagge dell'Oman, ma la differenza e' che qui e' verde, ci sono alberi, prati, piante. E una spiaggia di coralli spezzettati e sabbia. Superiamo alcuni fiumi quasi asciutti; lo spettacolo e' stupendo.


Poi ripartiamo alla volta della seconda strada, che e' veramente lontana. non in termini di distanza, visto che sono solo 80 chilometri, ma di tempo. La strada per arrivarci in pratica non c'è. E' un sentiero che nell'avvicinarsi ai monti dal mare, attraversa lo stesso fiume per cinque volte, nel letto del fiume, beninteso. Mica ci sono ponti o cose del genere. Poi prosegue dentro il letto del fiume per una decina di chilometri, dove l'acqua e' poca, ma e' pieno di grosse pietre che rappresentano un supplizio per le mie povere e stanche ossa. Dentro il fiume, nelle zone asciutte, ci sono degli affari di paglia costruiti per fare ombra, grandi come un'ombrellone da mare, ma molto, molto più' spartani, al di sotto dei quali c'è una persona con alcuni mucchi di pietre intorno.


Che fanno? Prendono i pietroni del fiume, li spaccano a martellate (un martelletto, non come i film americani nei quali i forzati hanno mazze magari da 5 chili), li selezionano per grandezza e fanno i mucchi, in attesa di qualcuno che passi con un camioncino e li compri. Arrivati ai piedi dei monti il sentiero diventa stretto circa 3 metri e si appoggia sul fianco delle colline, con un lato pieno di detriti di frane recenti, l'altro mezzo franato a valle. Tutto il percorso e' un zigzag per evitare ostacoli o voragini che conducono a valle per vie brevi, col terrore da parte mia che sopra le nostre teste si stacchi una nuova frana proprio mentre passiamo noi. Arriviamo in vista della nostra strada, a pochi metri dal confine indonesiano. Allora io chiedo: "Dove e' la frontiera?" E mi rispondono indicandomi una direzione. Allora io guardo le cime dei monti e mi immagino che il confine sia sul crinale delle montagne, ma i miei accompagnatori capiscono l'equivoco e mi dicono: "No, questo qui". E mi indicano un tratturo su cui un'Ape a tre ruote avrebbe problemi a passare, che a distanza di 50 metri da me, portava a una tettoia di paglia, grande come un'edicola di giornali di quelle piccole, sotto la quale stava un tizio, addetto probabilmente al controllo dei transiti.


Questa e' la frontiera. Sulla sinistra della foto, circa dove il sentiero termina, si intravvede il tetto in paglia del posto di frontiera.


Bah. Iniziamo la nostra ispezione e piano piano procediamo sul versante della montagna; incrociamo case, capanne, la stradina di 3 metri e' franata in molti punti. Come faremo a mettercene una larga 7 metri rappresenta per me un mistero. L'ambientazione e' da film. non c'e' traccia di tecnologia, ne' di tecnica moderna. Le staccionate sono fatte intrecciando rami, i tetti sono di paglia e le case di fango. I gradini di sassi ordinati. Mi immagino che la preistoria fosse cosi'.


Pure qui, raggiungiamo il termine della nostra strada e mollemente ci incamminiamo (in macchina) verso il ritorno. Gia' il ritorno suppone di prendere la stessa nave, che nel frattempo e' rimasta nel "porto", che parte alle 19 e giunge nella capitale alle 6 di mattina. Lungo la via del ritorno, proprio mentre stavamo percorrendo il fiume di sassi, incrociamo la nostra altra macchina che era ferma e stava raccogliendo campioni di roccia. Uno di questi, ci corre incontro e dice: "Hanno chiamato dalla nave, correte al porto che' sta arrivando la bassa marea, e la nave deve allontanarsi dalla costa" E via a scapicollarci su quelle stradine tanto sicure, a tutta callara, nel tentativo di arrivare in tempo. Corri Corri, arriviamo finalmente al mare e che troviamo? Il traghetto stava in mezzo al mare. Se ne era andato senza tanti complimenti. e noi, arrivati all'ufficio del porto (ma insomma, ribadisco che le parole ufficio e porto vanno intese per il contesto) chiediamo che possiamo fare, anche perche' l'alternativa e' aspettare fino a venerdi sera, e era solo martedi pomeriggio! Ci hanno detto di aspettare, perche' forse la marea si sarebbe rialzata prima delle 19 e quindi il traghetto sarebbe tornato a riva. Nel frattempo arriva anche la seconda macchina, mangiamo un boccone nell'unico ristorante del posto, e anche qui valgono le raccomandazioni di cui sopra sul significato da attribuire ai termini, e ci mettiamo pazientemente al'ombra ad aspettare che questa benedetta bagnarola torni a riva. Sono le 14.


Quando ormai sono le 18, la gente comincia ad assembrarsi sullo scivolo da cui si entra nel traghetto, e noi ci mettiamo in coda con una delle due macchine. Dopo circa 1 ora la nave arriva e abbassa il ponte. Che confusione, cristiani, capre, galline e macchine, ognuno a spingere per entrare, manco regalassero caramelle, sulla nave. Vabbe', in finale saliamo sul traghetto, sistemiamo la macchina e partiamo. Nulla di notevole da aggiungere. Tre giorni dopo, quando l'altra macchina con i suoi occupanti doveva tornare, ci chiamano dicendo che le persone potranno imbarcarsi, ma la macchina no, dacché alla nave si e' rotta quella porta che si abbassa da cui normalmente si entra. I passeggeri vengono fatti salire con delle scale, la macchina resta li'. La nave e' stata successivamente spedita in Indonesia, e per tre settimane la bellissima enclave di Oecussi sarà' del tutto isolata.

Suggerisco la visione di questo breve stralcio del video girato ad Oecussi.

Oecussi1.wmv




ENGLISH

Among the roads that I have to carry out two of them are in a region of Timor-Leste, which is called Oecussi. So far nothing strange. But Oecussi is a region a little particular, it is un'enclave within Indonesia, as in fact remember my four readers (learned quote) the island of Timor is divided into two parts similar magnitude ( this is another learned quote, completely unintentional, and I have noticed a couple of days after writing, however this one is more difficult than the other one), the west is Indonesia, the east is the Democratic Republica de Timor-Leste. Then there is the anomaly of Oecussi, in fact.


To get there we need to take the ferry, which is only twice a week, partly to the 19 and arrive in the morning at 6. The ferry has only places for bridge, as they say those of Tirrena, and the booths are intended to manning. The 10 sailors of the ship rent their bunks to 40 dollars per trip. that are added to 15 of the ordinary travel and 150 for the car. I embarked Monday 22 and I took possession of my booth, averagely clean. There was also the key to the bathroom, which should be kept locked otherwise it may be used by ordinary passengers, but is for the crew and special guests only.
Clearly all the hundreds of people loaded with chickens, goats and cows are supposed to remain in the halls, but spread on all vacancies of the ship, including the cabins corridors etc.If you need then to go to bathroom, you need to exit the booth and override dozens of people stacked on the floor, children, elderly, all arms and legs with no easily identifiable through the covers, and therefore must pay great care not to rouse all the sleeping people due to the screams of the one whose hand you have stepped on.

It was worse for a colleague of mine, who had to confront, among other passengers, with a prostitute who exercised lying in the corridor surrounded by other passengers, hidden only by a blanket, and there was a row of men queing for her services.


We arrive in Oecussi, and the ship lands on the beach, because there is no port. Only a kind of stone ramp that ends into the sea. I ask my coworkers, "but where is Oecussi?"
And they answer "But we are in Oecussi"
I then hold the slap I am on the brink toto give and repeat, with a smile, "I know that we are in Oecussi, but where is the city?"
They respond "Oecussi is a region not a town, the capital is this."
Then I regard around, looking for some detail that I have certainly missed and what I can see is only a beach, the people who haul beasts out of the ship and some houses, perhaps 6 or 7 quite far from each other.
Obviously the word "houses" must be understood in a broad sense.

Well we start looking roads to be investigated. The road is along the beach. After several kilometers of coastal road, we arrive at our destination and carry out the necessary survey. When we think of the beach, probably we figure Rimini, or perhaps Ostia or another tourist crowded beach.
Here is a beach tens of kilometers long, with very few modest houses, scattered over a vast territory. Reminds me a bit Oman, the beaches, but the difference is that here is much of green, trees, lawns, plants. The sand consists mainly of crushed coral.


Then we run to the second road, which is really far. Not in terms of distance, as they are only 80 kilometers, but of time. The way to get there practically does not exist.
It is a path that join the seaside to the mountains, and crosses the same river five times; in the bed of the river, of course. There is no bridge or similar thing. Then it proceedes in the riverbed for about ten kilometers, where water is scarce, but is filled with large stones that represent a torment for my poor and tired bones. Inside the river, in dry areas, there are kiosks made of straw built to provide shade, below which there is a person with a few piles of stones around.


What do they do? They take the stones from the river, spliting them in pieces (with a hand hammer, not like American films where forced workers have big hammers maybe of 5 kilos), selecting them according to size and make piles, waiting for some truck to pass by and buy them.

When we reach the toe of the mountains the road becomes a narrow path about 3 meters wide and lays on the side of the hills, with several detritus of recent landslides on the road way, some portions of the road are collapsed downstream. The entire route is a challenging zigzag to avoid obstacles or chasms that lead downhill via the shortest route possible, i. e. falling down the escarpment. Additional scare comes from the possibility that a new landslide will decide to fall just at the moment we are passing there.

We arrive in view of our road, a few meters from the Indonesian border. Then I ask: "Where is the border?" And my colleagues respond pointing one direction. Then I look at the peaks of mountains, and I imagine that the border is on the ridge of mountains, but my companions understand the misunderstanding, and say: "No, this one here. Very near to us". And they indicate to me a trail on which a three wheels would have trouble passing, that after 50 meters from me, brought to a head straw, as big as a newspaper
kiosk, under which there was a guy, probably assigned to the control of transit.

This is the frontier. On the left of the picture, about where the trail ends, we glimpse the straw roof of the border post.

Bah. We begin our inspection and proceed slowly on the side of the mountain; cross houses, huts, the road to 3 meters is collapsed in many places. How are we going to place e new road 7 m wide still is a mystery to me.
The setting is as in a movie. There is no trace of technology. The fences are made weaving branches, roofs are made of straws and the houses of mud. The stairs are in raw stone orderly placed.
I guess the prehistory was so.


Then we reach the end of our road and slowly we are heading back the port.
to get the same ship, which in the meantime has been in the "port". The trip starts at 19 and arrives in the capital at 6 am. Along the way back, just as we are driving along the river bed, we cross our other car that has stopped and is collecting samples of rock. One of staff, wawes at us and says:
"They called from the ship, hurry to the port since the low tide is about to start, and the ship must move away from the coast".

And so headlong to the port running as mad on so safe roads, in attempts to reach on time.
Run Run, finally we reach the sea and what do we find? The ferry is already in the midst of the sea.
And we arrive at the port ask that we can do, because the alternative is to wait until Friday evening, and it was only Tuesday afternoon ! They tell us to wait, because maybe the tide may raise before the 19 and then the ferry would be returned to shore. Meanwhile comes the second car, eat a bite in the restaurant of the place, (please remember that the word "restaurant, as well as "port" are to be intended in their wide meaning) and there we patiently wait in the shadow for this blessed boat be back to the shore . It's 14.


It's now 18, people started to gather at the chute from which you enter the ferry, and we joint the queue with one of the two cars. After about 1 hour the ship arrives, and lowers the bridge. What confusion, people, goats, hens and cars, each pushing to enter, as on the ship they give free sweets.

Fine, in the final climb on the ferry, we fix the car and leave. Nothing significant to add. Three days later, when the car with its occupants had to return, they call our office saying that people can embark, but not the car, since the ship has broken that door that lowers lo let vehicles in. Passengers are taken up with the ladders, the car is still there. The ship has been sent to Indonesia, and for three weeks the beautiful enclave of Oecussi will be "totally isolated.


I suggest the vision of this short excerpt of the video shot to Oecussi.

Timor-Leste "La mia missione ad Agosto 2007"

Allora, scriverò un libro su questa avventura.
Mai mai mai così male!
Il viaggio era: Roma - Kuala Lumpur (malesia) - Bali (indonesia) - Dili (Timor Leste) A Kuala Lumpur nessun problema, sono sceso dall'aereo e salito su un altro. A Bali, dovevo passare una notte e quindi sono transitato all'immigrazione. Il mio passaporto non aveva nemmeno una pagina completamente bianca, e siccome il loro visto è un adesivo grande come una pagina, mi hanno fermato e lasciato lì ad aspettare per un'ora, con il mio passaporto in mano loro, chissà dove.
Ovviamente avevo pagato già il visto, 10 dollari.
Premetto che all'aeroporto c'è una scritta lampeggiante che dice , nel caso di disturbo da parte dell'autorità preposta all'immigrazione, di rivolgersi all'ufficiale di turno. Siccome il disturbo stava arrivando, e lo sapevo, mi er
o risoluto a chiedere il suo inntervento, appena qualcuno mi avesse fatto qualche proposta inndecente. Alla fine, l'ufficiale che aveva il mio passaporto mi ha offerto un aiuto, mettendo l'appiccichino su una pagina già timbrata, alla modica cifra, non fatturata, di 100 dollari.
Ho chiesto di parlare con l'ufficiale di turno.
Era lui!

Allora ho chiamato l'ambasciata ma era domenica, quindi chiusa. 
[****]
Allora ho pagato e sono andato a folleggiare a Bali.

L'indomani per reimbarcarmi, al check in il signore della compagnia aerea non mi ha accettato dicendo che non c'è spazio sul passaporto per mettere il visto di Timor Leste, e che quindi mi rimanderanno indietro a spese della Compagnia aereia.
Quindi non mi facevano viaggiare.
[****] 
Non c'era verso di partire. La nostra ambasciata in Indonesia è a Jakarta, circa due ore di viaggio e per emettere un nuovo passaporto impiega anche 2 o 3 settimane.
Che fare? Chiamo il nostro ufficio di Manila, così mi dicono loro.
Comincia un giro di telefonate con l'aereo che aveva già cominciato ad imbarcare, tra Manila, il ministero dei lavori pubblici di Timor Leste, ma al check in volevano solo sapere chi era l'ufficiale dell'immigrazione di Timor Leste che mi avrebbe fatto entrare nel paese; era inutile nominare ambasciate
, ministeri o ONU.
Alla fine mi sono preso la responsabilità del volo di ritorno, nel caso fossi stato respinto, e mentre l'aereo chiudeva le porte, sono entrato.

Finito? Seee.


Il volo era un tipico volo non IATA, cinture di sicurezza mancanti, ci si siede dove capita, i sedili a volte sono rotti. Una corriera insomma. Anzi anzi che stavolta hanno fatto le dimostrazioni di sicurezza, con le procedure di emergenza, di solito non le fanno nemmeno.
Chissà se i giubbotti di salvataggio ci sono veramente, sotto i sedili.
Comunque volo traquillo e senza problemi. L'atterraggio: l'aereo tocca terra ad una velocità verticale immensa. Dà una botta che scuote tutta la fusoliera, i passeggeri sono sballottati in avanti prima, indietro poi, e l'aereo rimbalza in aria.
Ho detto: "Stavolta è quella buona!"
Il pilota ci riprova, si riabbassa e dopo alcuni saltellamenti paurosi tocca terra. Pfiu. Anche questa è andata.

Scendo dall'aereo e
arrivo allo sportello dell'immigrazione, in una specie di cabina telefonica vicino alla pista, cui già la gente si cominciava a mettere in fila.
[****]
Quando è il mio turno, in 10 secondi il funzionario mi restituisce il passaporto e mi dice che sono respinto perchè non c'è spazio per mettere il timbro.
Non vuole sentire ragioni.

[****] si attacca al telefono chiamando tutti i suoi conoscenti, e nel frattempo quelli dell'immigrazione diventano 3.
[****] cerca di spiegare loro l'importanza somma del mio operato per il benessere di tutta la nazione Timorese, [****] 
L'aereo adesso sta imbarcando i nuovi passeggeri per ritornare indietro. Una impiegata della dogana mi chiede di darle il tagliando della mia valigia per andare a recuperarla e poi reimbarcarla.
Arrivano altri 2 impiegati dell'immigrazione, e siamo a 5.
Ovviamente siamo all'aperto, nell'erba. Uno pieno di buona volontà va a prendere il timbro per farmi vedere che non è cattiveria, proprio non c'entra e non possono coprire un altro timbro. Arriva il capo dell'immigrazione, un ufficiale che dice senza tanti complimenti che non è un problema loro, il mio passaporto non è utilizzabile quindi devo tornare a Bali sullo stesso aereo da cui ero appena sceso.
Si dirigono minacciosamente verso le mie valigie. La compagnia aerea, avvertita del mio rimpatrio in Indonesia, manda una hostess a prendermi perchè l'aereo ha già acceso i motori e de
ve partire. 
[****] 
 Mentre l'aereo chiude i portelli dei bagagli e la hostess comincia ad essere insistente perchè io vada con lei (soltano nell'aereo, per fortuna), arriva una telefonata [****] che dice di farmi entrare e basta. Mi mettono il timbrone sopra altri timbri e dieci minuti dopo ero fuori dall'aeroporto.
Poi dici che a uno viene la gastrite.


Salto i convenevoli, le presentazioni e le chiacchiere di
circostanza, arrivo in albergo, Hotel Sakura Tower. Un edificio di 3 piani lo chiamano tower. Penso sia il più alto della capitale.
Oh, adesso di posti ne comincio a conoscere parecchi, e tutti più o meno disagiati. Ma un viaggio qui, non lo raccomanderei nemmeno ad un nemico.
La camera, al prezzo di 1000 euro al mese, per lunghe permanenze, è senza finestre, nè in bagno, nè nella camera!
[****]
La sera stessa del mio arrivo dovevano nominare il nuovo primo ministro, e siccome qui usa così, sin prima della nomina, c'erano scontri nelle strade a base di sassaiole e incendi tra la fazione del vecchio primo ministro e quella del probabile nuovo. Poi la nomina è arrivata, e il probabile è diventato certo.
Gli scontri sono diventati asperrimi, ci sono villaggi in cui le case bruciate arrivano a 500 (usi locali).
Il secondo giorno, andavamo in qualche posto in macchina, e alcuni ragazzi con dei sassi in mano hanno fatto un cenno a quello che guidava, il quale si è fermato e ha dato loro 5 dollari, così può passare tranquillo, senza danneggiamenti alla macchina. Essi hanno salutato e ce ne siamo andati tranquilli.

[****]
 
Che posticino ... Quando diventa scuro ci si chiude ciascuno nella sua magione; andare in giro è un suicidio. Dal tramonto all'alba le macchine che circolano, e sto in centro, sono pochissime.

I veicoli che qui sono abbondantissimi sono quelli dell'onu e le camionette militari. Passano a tutta callara perchè sono i più bersagliati dalle sassaiole. Di notte non circolano nemmeno loro.
[****]
Ah, oggi 15 agosto la musica cambia. Mi arriva una segretaria che mi turba. Demi Mendez, più o meno. Ma ha 20 anni.

Mi danno una macchina che è un mostro. Le ruote avranno un diametro di un metro e mezzo. Un autentico bolide. nuovissimo.
E trovo un posto telefonico che costa 30 centesimi di Euro al minuto.
[****]
Forse ci sarà anche internet.

[****]
23 agosto. Nel complesso le cose marciano. 

[****]

 Un passino alla volta però ci avviciniamo a lunedi 27, dove c'è la consegna.


Oggi ci attaccano internet. Che lusso, proprio adesso che sto per finire.
[****]
Poi da lunedi 27 a lunedi 3 settembre sarò in attesa di commenti al progetto, e se non arrivano, come mi aspetto, il 3 si consegna e poi si parte.

Poi il viaggio di ritorno sarà un'altra odissea, perchè lo scalo in Indonesia prevede per forza un passaggio all'immigrazione e non avendo pagine, stavolta sono proprio finite, il problema sarà divertente.
Ho chiesto all'ambasciata a me più vicina (a Jakarta in Indonesia due fusi orari di differenza, pensa un po') di farmi avere un lasciapassare per transitare senza passaporto, e tra l'invio delle foto e l'invio del lasciapassare tramite corriere, alla fine ho speso i 100 dollari che mi avrebbero chiesto alla frontiera per farmi un favore.
Nel frattempo il lasciapassare non arriva.
Ho parlato con l'ambasciata proprio adesso e mi dicono che hanno spedito il lasciapassare tre giorni fa, quindi sto per riceverlo. Ci deve essere stato qualche allineamento stellare che ha fatto si che tutto cominci a girare per bene.

Qui finisce la prima parte.

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INTERRUZIONE
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Parte seconda

Questo paese è formidabile
Da quando qui non è più indonesia e questo si è trasformato in un paese
autonomo, i timoresi si sono trovati senza polizia, quindi l'onu ha messo
loro a disposizione dei poliziotti stranieri.
Il bello è che ha ognuno la sua divisa nazionale, quindi trovi per le strade
gruppetti di poliziotti australiani (camicia celeste, pantaloni blu e tanti
distintivi), insieme a filippini (divisa verde), coreani (nera o bianca)
singaporesi (mimetica) ugandesi (verde scuro) indiani, bangladeshi e
pakistani (verde), neozelandesi (boh) portoghesi (blu scuro), rumeni ecc. ecc.
fino ad assommare alla bella cifra di 37 diversi stati che compongono la
polizia di timor-leste.
E questi fermano le macchine e fanno le multe secondo le leggi timoresi,
alle quali sono stati edotti con dei corsi di apprendimento rapido.

Girano per le strade con dei macchinoni giganteschi, la maggior parte dei
quali ha le reti per proteggere i vetri dai sassi, che piovono credo dallo
spazio interplanetario.
Se vedono un assembramento rallentano, alla bisogna si fermano e dopo un po'
vanno via. Se portano via qualcuno non è mai per più di qualche ora. Poi
viene rilasciato.
[****]
L'ufficio comincia a funzionare. Internet funziona, ho messo in rete 13
computer, 4 stampanti. Oggi abbiamo consegnato il progetto Bozza. Tra una
settimana ci sarà il finale e inoltre ho il mio aereo.

Dall'aeroporto arriva e parte un aereo per Bali (indonesia) 6 volte la
settimana ed uno per darwin (australia) penso anche questo 6 volte la
settimana. Non c'è altro. Non è che sia esattamente Heathrow.


Il mare è il più bello che abbia mai visto. Però ci sono un po' di meduse,
che mi aspettano a tentacoli aperti.
Avevo intenzione di spendere l'ultima settimana facendo un po' di vacanze,
visto che il progetto era finito. Invece, 

[****]
quello che abbiamo consegnato oggi va pesantemente rivisto, dato che è stato
terminato in fretta e furia stamattina.

Altra stranezza è l'abitudine di bruciare case.
Funziona così: due persone litigano, magari per questioni politiche,
uno dei due organizza la bruciatura che consiste nell'andare a casa di
quell'altro in 40 o 50 (su un paio di camion) far uscire le persone
dentro e dare fuoco alla casa. Chi sta dentro di solito esce in buon
ordine (anche perchè immagino è meglio non litigare con 50 persone).

A un inglese qui, che aveva la casa in affitto, si sono presentati i
bruciatori, che hanno bussato alla finestra, gli hanno detto di uscire
perchè dovevano bruciare la casa. Lui ha detto che stava cucinando e
non aveva fatto niente di male. Loro gli hanno risposto che ce
l'avevano con il proprietario, non con lui. Lui ha portato le sue
padelle fuori casa e ha continuato a cucinare in giardino, seduto
sulle valigie, mentre la casa ardeva.
Strano paese.

Stanotte sono stato svegliato da un clangore pazzesco, pareva stare a
Termini alle 8 di mattina. Ora, visto che qui a Dili la ferrovia non
c'è, mi sono affacciato. Si sentiva battere metallo su metallo, come
forsennati. Veniva da tutte le direzioni. Ho cercato di sentire meglio
e mi sono accorto che non era un eco, effettivamente veniva da tanti
posti.
Come se tutta la città si fosse data appuntamento per fare baccano.
Alcuni nei paraggi si riuscivano a sentire bene. Sotto la mia finestra
gente usava una spranga per battere su un cartello stradale.
Ho detto "sarà la solita contestazione politica" e me ne sono andato a dormire.
Un paio d'ore dopo hanno smesso.
Poi si sono alzati gli elicotteri, che è il segno di qualche disordine.
Ho chiesto questa mattina all'autista che cos'era e lui mi ha detto
che anche lui a casa sua batteva. Mi ha spiegato che è un'usanza
locale per la luna. Non ho capito se è la luna piena o la luna nuova,
ma insomma qualcosa legato ai cicli lunari.
Quindi alle donne, arguisco.

Il mio lasciapassare è arrivato. Se non me lo ritirano a Fiumicino me
lo metterò in cornice.
Adesso vediamo in indonesia che altra diavoleria si inventeranno per
estorcermi altri soldi.
Ad uno ad uno quando racconto la mia avventura a Bali, mi stanno tutti
dicendo che per passare devi dare soldi. Al gruppo di filippini
(quattro) hanno fatto una tariffa comitiva (tipo 30 dollari per uno).
[****]

Oggi mercoledi 29 sono aarrivati i commenti al progetto preliminare.
[****]

 E un paio di modifiche. Domani è festa (per loro del
ministero) quindi venerdi (ultimo giorno utile prima della mia
partenza lunedi prossimo andrò a cercare di ridurli a più miti
consigli, altrimenti la mia partenza sfuma. E se sfuma si apre un
altro problema. Dove metteranno l'estensione del visto le buone
autorità timoresi? Penso che appena vedranno il mio passaporto lo
strapperanno. Così, per fare un po' di pulizia.

[****]

Qui nel frattempo il lavoro frulla. 

[****]

Ah dimenticavo c'è pure la Mendes, ma sa solo ridere. Non parla
nemmeno portoghese, questo lo dico a beneficio di tutti coloro (tanti
direi, a conferma della semplicità del cervello maschile) che si sono
lanciati in suggerimenti di approccio più o meno espliciti.
E poi quella alle 17 tela. Ha ben altro da fare, immagino.

Un aspetto che non ho mai sottolineato è che qui dato che la sera non
si può uscire, scendo in giardino dell'albergo dove altri disperati
stranieri come me fanno lo stesso. E si intessono relazioni personali
interessanti, tra chi si ubriaca in presenza dei figli, chi si porta
il computer e lavora, chi porta la musica, chi fuma. Bella e varia
umanità, nulla da dire.
Tra i miei più frequenti interlocutori figurano:
2 ragazze giapponesi che lavorano alla loro ambasciata,
[****],
un poliziotto di singapore che lavora ai servizi segreti qui
un poliziotto coreano che istruisce i poliziotti locali.
Poi c'è Ian o Yan, non lo so. Ian è veramente il massimo. Polacco,
lavora anche lui per le nazioni unite, 35 anni circa. si unisce a noi
giù in giardino solo quando è già ubriaco perso. Arriva, saluta tutti
comincia a bere per far evaporare quel barlume di coscienza che gli ha
permesso di camminare sino al giardino, e poi comincia a straparlare,
mette zizzania raccontando cose segrete, molesta le ragazze, in
presenza dei loro mariti, fidanzati ecc. Finisce sempre che qualcuno
gli mette le mani addosso o io lo riaccompagno nei suoi alloggi. La
mattina dopo, fresco come un fiore, lo incontri a colazione e lui come
se niente fosse.

Beh si, bella esperienza.

Fine della seconda parte

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INTERRUZIONE
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Parte Terza

Questo è il breve epilogo dell'avventura timorese.
C'è però un piccolo aspetto di qui che non ho ancora trattato. Sebbene Timor-Leste sia uno stato indipendente, la valuta ufficiale è il dollaro americano. Però i sottomultipli (centesimi) si chiamano centavos e sono locali. In pratica uno paga con una banconota americana e riceve un resto che è parte in dollari e parte in monete, che non sono spendibili altrove. Inoltre i biglietti da 1 dollaro sono "strani" sia al tatto che in trasparenza, ma vengono usati tranquillamente da tutti. Gli americani dicono che quando tornano in america i biglietti da 1 dollaro li devono lasciare a Timor, perchè altrimenti li arrestano. 

[****]
Tornando a me, in sostanza dopo aver consegnato il progetto preliminare, stavo tutto tranquillo perchè non sarebbe dovuto arrivare nessun commento, [****].
Si, infatti, i commenti al progetto li hanno fatti fare ad un altro.
E sono arrivati due giorni dopo, con due pagine fitte fitte di richieste di modifiche e correzioni.
Panico. Io tra 5 giorni ho l'aereo per casa. Che fare? Mumble mumble, fammi un po' vedere che vogliono.
Ah ma qui si sbagliano, questo errore non è un errore, questa richiesta è contraria alle norme e così via.
Quindi di corsa al ministero a fare una bella riunione [****]
Ho speso gli ultimi giorni ad aggiustare i calcoli e qualche disegno, e in breve era tutto completato per benino.
Ma il bello è il viaggio di ritorno.
Lunedì mattina corro al ministero per consegnare il capolavoro, e subito dopo di corsa all'aeroporto.
Arrivo, al controllo passaporti gli ufficiali dell'immigrazione si ricordavano di me e mi hanno domandato come avrei fatto a passare a Bali, visto che adesso il passaporto era veramente pieno. Ho spiegato loro che adesso avevo un asso nella manica, il mio nuovo lasciapassare e loro mi hanno fatto andare tranquillamente.
Vado agli imbarchi ed assisto all'arrivo dell'aereo che trasportava altri disperati da Bali a Dili. Essi scendono, e io mi metto vicino alle uscite perchè è già ora di montare su e partire.
Ma non ci chiamano e il tempo passa. L'ora della partenza è già superata di una mezz'ora buona, ma questi di chiamarci non hanno nemmeno una blanda intenzione.
Un'ora di ritardo. Io ho una coincidenza da prendere a bali, per Kuala-Lumpur. Non sto di fretta, ma se il volo viene annullato mi saltano tutte le coincidenze. Non posso arrivare tardi. Esco all'aperto e mi avvicino all'aereo, unico e solo in tutto l'aeroporto. C'era tutta gente che armeggiava. Chiedo a uno che hanno intenzione di fare e una guardia mi spiega che adesso lo fanno partire e a Bali qualcuno lo aggiusterà perchè in indonesia i pezzi di ricambio li hanno.
"Si, ma partire come, penso io?"
E nel frattempo cerco di guardare che stanno facendo intorno all'aereo, e vedo che parecchie persone si affaccendano a portare roba. Boh.
Poi dei portoghesi mi spiegano che non aggiusteranno niente perchè è così da più di un anno. I motori non si accendono perchè manca l'accensione automatica e li devono accendere a mano; mi indica infatti un tizio che è entrato nel vano motori con una scale e si vedono solo le sue gambe. Ci sono dei cavi che arrivano dall'aeroporto ed entrano nella stessa apertura in cui c'è l'uomo. Boh. Che Dio ce la mandi buona.
Parecchio tempo dopo si sente un boato infernale e un reattore comincia a funzionare. Ripetono lo stesso all'altro reattore e tenendoli ad un regime bello alto portano le scalette e di tutta furia ci fanno arrampicare sull'aereo.
E partiamo.
Sul volo nulla da dire anche l'atterraggio è stato normale. Ed arrivo a Bali. Aspettavo questo momento da un mese. Anche per i transiti devo passare all'immigrazione. Devo in pratica uscire e rientrare nell'aeroporto.
Si lo so ho il mio lasciapassare, ma che diranno, è un foglio scritto in italiano, tranne una coincisissima traduzione ad sensum in inglese. Varrà? In termini diplomatici è perfettamente equivalente ad un passaporto, ma che dirà la polizia [****], in merito?

Allora ho il guizzo.
"Mi serve quancuno che mi faccia saltare le procedure di immigrazione, esca fuori recuperi la mia valigia, e faccia il checkin al posto mio per il volo per Kuala Lumpur" Detto fatto, chiedo a quelli della Merpati di far venire qualcuno ad aiutarmi; mi dicono di aspettare lì. Io aspetto e dopo una mezz'oretta le file dell'immigrazione si svuotano, e i poliziotti cominciano a guardarmi pensando, credo "ma questo qua perchè non passa all'immigrazione e se ne sta fermo guardandoci?" Io pensavo: "adesso questi vengono e mi chiedono spiegazioni, e sono nei guai". Continuo a chiamare quelli della Merpati, al telefono e alla fine arriva un funzionario, che meraviglia delle meraviglie era lo stesso che un mese prima non mi voleva far salire sull'aereo perchè diceva che a Dili mi avrebbero respinto. Ovviamente mi ha riconosciuto subito ed ha detto, più o meno: "Mo' che altro c'hai?" Gli ho spiegato il problema, mi ha fatto passare per i passaggi interni fino ai gate dove si aspetta per entrare nell'aereo e mi ha detto che andava lui a recuperare la mia valigia e reimbarcarla, facendo un nuovo check in. Gli ho lasciato il mio passaporto ed il mio biglietto, e mi sono seduto in trepidante attesa, temendo che gli venisse un malore e lo portassero all'ospedale con la mia roba. Però, dopo 20 minuti è tornato con la mia carta d'imbarco bella pronta e mi ha restituito tutto. Gli ho chiesto sette o otto volte se era sicuro di aver imbarcato la mia valigia, l'ho pagato (10 dollari) e sono partito.
Arrivo a Kuala Lumpur, riparto per Roma, e a Fiumicino ritrovo pure la valigia (non ci avrei scommesso un centavo).
Tutto perfettamente bene.
E questo conclude la mia avventura Timorese.