lunedì 29 ottobre 2007

Timor-Leste "La visita a Oecussi - Ottobre 2007" >>ITA >>ENG

ITALIANO (for english see below)

Tra le strade di cui mi devo occupare ce ne sono due in una regione di Timor-Leste che si chiama Oecussi. Fin qui nulla di strano. Pero' Oecussi e' una regione un po' particolare, e' un'enclave all'interno dell'Indonesia, infatti come ricorderanno i miei quattro lettori (citazione dotta) l'isola di Timor e'
divisa in due parti di simile grandezza (questa e' un'altra citazione, del tutto involontaria, e me ne sono accorto un paio di giorni dopo averla scritta, comunque piu' difficile dell'altra), quella ad ovest e' Indonesia, quella ad est e' la Republica Democratica de Timor-Leste. Poi c'e' l'anomalia di Oecussi, appunto.


Per arrivarci bisogna prendere il traghetto, che c'è solo due volte la settimana, parte verso le 19 ed arriva la mattina alle 6. Il traghetto ha solo posti per passaggio ponte, come dicono quelli della Tirrena, e le cabine sono destinate all'equipaggio. Siccome pero' tutto il mondo e' paese, i 10 marinai della nave affittano le loro cuccette a 40 dollari a viaggio. Che si aggiungono ai 15 del viaggio ordinario ed ai 150 per la macchina. Mi sono imbarcato lunedi 22 ed ho preso possesso della mia cuccetta, mediamente pulita. C'era anche la chiave del bagno, che deve rimanere sempre chiuso a chiave altrimenti lo usano anche i passeggeri ordinari, mentre e' per l'equipaggio e per gli ospiti di lusso. Chiaramente tutte le centinaia di persone imbarcate assieme a galline, capre e mucche, non e' che stiano nelle sale passeggeri, ma si spargono per tutti i posti liberi della nave, ivi compresi i corridoi della zona cabine. Accade dunque che se devi andare in bagno devi uscire dalla cabina e scavalcare decine di persone ammucchiate per terra, bambini, anziani, tutti con braccia e gambe non facilmente identificabili attraverso le coperte, e quindi nel passare bisogna far molta attenzione a non svegliare il corridoio intero per gli strilli di quello a cui hai schiacciato una mano. Peggio e' andata ad un mio collega che ha dovuto confrontarsi, tra gli altri viaggiatori, con una meretrice che esercitava sdraiata nel corridoio circondata da altri passeggeri, celata soltanto da una coperta, e c'era la fila di uomini pronti a fruirne, appena fosse andato via il cliente di turno.

Arrivo a Oecussi, e la nave sbarca sulla spiaggia, perché non c'è un porto. Solo una specie di rampa di sassi che finisce nel mare. Chiedo ai miei fidi aiutanti: "ma dov'è Oecussi?" e mi dicono "Ma siamo a Oecussi" Io allora reprimo lo schiaffone che sto per dare e ridico con un sorriso "Lo so che siamo a Oecussi, ma la città dov'è?" Mi rispondono "Oecussi e' una regione non una città, comunque il capoluogo e' questo". Io allora riguardo intorno, alla ricerca di qualche dettaglio che mi era senz'altro sfuggito e noto soltanto una spiaggia, della gente che trascinava bestie fuori dalla nave e alcune case, forse 6 o 7 abbastanza distanti tra loro. Ovviamente la parola "case" va intesa latu sensu. Be' partiamo alla ricerca delle strade da investigare, con tutti gli strumenti del caso. La strada e' lungo la spiaggia. dopo parecchi chilometri di strada costiera, arriviamo a destinazione ed eseguiamo i rilievi del caso. Quando uno pensa alla spiaggia, magari si figura Rimini, o forse Ostia. Qui e' una spiaggia lunga decine di chilometri, con pochissime casette molto modeste, sparse su un territorio vasto. Mi ricorda un po' le spiagge dell'Oman, ma la differenza e' che qui e' verde, ci sono alberi, prati, piante. E una spiaggia di coralli spezzettati e sabbia. Superiamo alcuni fiumi quasi asciutti; lo spettacolo e' stupendo.


Poi ripartiamo alla volta della seconda strada, che e' veramente lontana. non in termini di distanza, visto che sono solo 80 chilometri, ma di tempo. La strada per arrivarci in pratica non c'è. E' un sentiero che nell'avvicinarsi ai monti dal mare, attraversa lo stesso fiume per cinque volte, nel letto del fiume, beninteso. Mica ci sono ponti o cose del genere. Poi prosegue dentro il letto del fiume per una decina di chilometri, dove l'acqua e' poca, ma e' pieno di grosse pietre che rappresentano un supplizio per le mie povere e stanche ossa. Dentro il fiume, nelle zone asciutte, ci sono degli affari di paglia costruiti per fare ombra, grandi come un'ombrellone da mare, ma molto, molto più' spartani, al di sotto dei quali c'è una persona con alcuni mucchi di pietre intorno.


Che fanno? Prendono i pietroni del fiume, li spaccano a martellate (un martelletto, non come i film americani nei quali i forzati hanno mazze magari da 5 chili), li selezionano per grandezza e fanno i mucchi, in attesa di qualcuno che passi con un camioncino e li compri. Arrivati ai piedi dei monti il sentiero diventa stretto circa 3 metri e si appoggia sul fianco delle colline, con un lato pieno di detriti di frane recenti, l'altro mezzo franato a valle. Tutto il percorso e' un zigzag per evitare ostacoli o voragini che conducono a valle per vie brevi, col terrore da parte mia che sopra le nostre teste si stacchi una nuova frana proprio mentre passiamo noi. Arriviamo in vista della nostra strada, a pochi metri dal confine indonesiano. Allora io chiedo: "Dove e' la frontiera?" E mi rispondono indicandomi una direzione. Allora io guardo le cime dei monti e mi immagino che il confine sia sul crinale delle montagne, ma i miei accompagnatori capiscono l'equivoco e mi dicono: "No, questo qui". E mi indicano un tratturo su cui un'Ape a tre ruote avrebbe problemi a passare, che a distanza di 50 metri da me, portava a una tettoia di paglia, grande come un'edicola di giornali di quelle piccole, sotto la quale stava un tizio, addetto probabilmente al controllo dei transiti.


Questa e' la frontiera. Sulla sinistra della foto, circa dove il sentiero termina, si intravvede il tetto in paglia del posto di frontiera.


Bah. Iniziamo la nostra ispezione e piano piano procediamo sul versante della montagna; incrociamo case, capanne, la stradina di 3 metri e' franata in molti punti. Come faremo a mettercene una larga 7 metri rappresenta per me un mistero. L'ambientazione e' da film. non c'e' traccia di tecnologia, ne' di tecnica moderna. Le staccionate sono fatte intrecciando rami, i tetti sono di paglia e le case di fango. I gradini di sassi ordinati. Mi immagino che la preistoria fosse cosi'.


Pure qui, raggiungiamo il termine della nostra strada e mollemente ci incamminiamo (in macchina) verso il ritorno. Gia' il ritorno suppone di prendere la stessa nave, che nel frattempo e' rimasta nel "porto", che parte alle 19 e giunge nella capitale alle 6 di mattina. Lungo la via del ritorno, proprio mentre stavamo percorrendo il fiume di sassi, incrociamo la nostra altra macchina che era ferma e stava raccogliendo campioni di roccia. Uno di questi, ci corre incontro e dice: "Hanno chiamato dalla nave, correte al porto che' sta arrivando la bassa marea, e la nave deve allontanarsi dalla costa" E via a scapicollarci su quelle stradine tanto sicure, a tutta callara, nel tentativo di arrivare in tempo. Corri Corri, arriviamo finalmente al mare e che troviamo? Il traghetto stava in mezzo al mare. Se ne era andato senza tanti complimenti. e noi, arrivati all'ufficio del porto (ma insomma, ribadisco che le parole ufficio e porto vanno intese per il contesto) chiediamo che possiamo fare, anche perche' l'alternativa e' aspettare fino a venerdi sera, e era solo martedi pomeriggio! Ci hanno detto di aspettare, perche' forse la marea si sarebbe rialzata prima delle 19 e quindi il traghetto sarebbe tornato a riva. Nel frattempo arriva anche la seconda macchina, mangiamo un boccone nell'unico ristorante del posto, e anche qui valgono le raccomandazioni di cui sopra sul significato da attribuire ai termini, e ci mettiamo pazientemente al'ombra ad aspettare che questa benedetta bagnarola torni a riva. Sono le 14.


Quando ormai sono le 18, la gente comincia ad assembrarsi sullo scivolo da cui si entra nel traghetto, e noi ci mettiamo in coda con una delle due macchine. Dopo circa 1 ora la nave arriva e abbassa il ponte. Che confusione, cristiani, capre, galline e macchine, ognuno a spingere per entrare, manco regalassero caramelle, sulla nave. Vabbe', in finale saliamo sul traghetto, sistemiamo la macchina e partiamo. Nulla di notevole da aggiungere. Tre giorni dopo, quando l'altra macchina con i suoi occupanti doveva tornare, ci chiamano dicendo che le persone potranno imbarcarsi, ma la macchina no, dacché alla nave si e' rotta quella porta che si abbassa da cui normalmente si entra. I passeggeri vengono fatti salire con delle scale, la macchina resta li'. La nave e' stata successivamente spedita in Indonesia, e per tre settimane la bellissima enclave di Oecussi sarà' del tutto isolata.

Suggerisco la visione di questo breve stralcio del video girato ad Oecussi.

Oecussi1.wmv




ENGLISH

Among the roads that I have to carry out two of them are in a region of Timor-Leste, which is called Oecussi. So far nothing strange. But Oecussi is a region a little particular, it is un'enclave within Indonesia, as in fact remember my four readers (learned quote) the island of Timor is divided into two parts similar magnitude ( this is another learned quote, completely unintentional, and I have noticed a couple of days after writing, however this one is more difficult than the other one), the west is Indonesia, the east is the Democratic Republica de Timor-Leste. Then there is the anomaly of Oecussi, in fact.


To get there we need to take the ferry, which is only twice a week, partly to the 19 and arrive in the morning at 6. The ferry has only places for bridge, as they say those of Tirrena, and the booths are intended to manning. The 10 sailors of the ship rent their bunks to 40 dollars per trip. that are added to 15 of the ordinary travel and 150 for the car. I embarked Monday 22 and I took possession of my booth, averagely clean. There was also the key to the bathroom, which should be kept locked otherwise it may be used by ordinary passengers, but is for the crew and special guests only.
Clearly all the hundreds of people loaded with chickens, goats and cows are supposed to remain in the halls, but spread on all vacancies of the ship, including the cabins corridors etc.If you need then to go to bathroom, you need to exit the booth and override dozens of people stacked on the floor, children, elderly, all arms and legs with no easily identifiable through the covers, and therefore must pay great care not to rouse all the sleeping people due to the screams of the one whose hand you have stepped on.

It was worse for a colleague of mine, who had to confront, among other passengers, with a prostitute who exercised lying in the corridor surrounded by other passengers, hidden only by a blanket, and there was a row of men queing for her services.


We arrive in Oecussi, and the ship lands on the beach, because there is no port. Only a kind of stone ramp that ends into the sea. I ask my coworkers, "but where is Oecussi?"
And they answer "But we are in Oecussi"
I then hold the slap I am on the brink toto give and repeat, with a smile, "I know that we are in Oecussi, but where is the city?"
They respond "Oecussi is a region not a town, the capital is this."
Then I regard around, looking for some detail that I have certainly missed and what I can see is only a beach, the people who haul beasts out of the ship and some houses, perhaps 6 or 7 quite far from each other.
Obviously the word "houses" must be understood in a broad sense.

Well we start looking roads to be investigated. The road is along the beach. After several kilometers of coastal road, we arrive at our destination and carry out the necessary survey. When we think of the beach, probably we figure Rimini, or perhaps Ostia or another tourist crowded beach.
Here is a beach tens of kilometers long, with very few modest houses, scattered over a vast territory. Reminds me a bit Oman, the beaches, but the difference is that here is much of green, trees, lawns, plants. The sand consists mainly of crushed coral.


Then we run to the second road, which is really far. Not in terms of distance, as they are only 80 kilometers, but of time. The way to get there practically does not exist.
It is a path that join the seaside to the mountains, and crosses the same river five times; in the bed of the river, of course. There is no bridge or similar thing. Then it proceedes in the riverbed for about ten kilometers, where water is scarce, but is filled with large stones that represent a torment for my poor and tired bones. Inside the river, in dry areas, there are kiosks made of straw built to provide shade, below which there is a person with a few piles of stones around.


What do they do? They take the stones from the river, spliting them in pieces (with a hand hammer, not like American films where forced workers have big hammers maybe of 5 kilos), selecting them according to size and make piles, waiting for some truck to pass by and buy them.

When we reach the toe of the mountains the road becomes a narrow path about 3 meters wide and lays on the side of the hills, with several detritus of recent landslides on the road way, some portions of the road are collapsed downstream. The entire route is a challenging zigzag to avoid obstacles or chasms that lead downhill via the shortest route possible, i. e. falling down the escarpment. Additional scare comes from the possibility that a new landslide will decide to fall just at the moment we are passing there.

We arrive in view of our road, a few meters from the Indonesian border. Then I ask: "Where is the border?" And my colleagues respond pointing one direction. Then I look at the peaks of mountains, and I imagine that the border is on the ridge of mountains, but my companions understand the misunderstanding, and say: "No, this one here. Very near to us". And they indicate to me a trail on which a three wheels would have trouble passing, that after 50 meters from me, brought to a head straw, as big as a newspaper
kiosk, under which there was a guy, probably assigned to the control of transit.

This is the frontier. On the left of the picture, about where the trail ends, we glimpse the straw roof of the border post.

Bah. We begin our inspection and proceed slowly on the side of the mountain; cross houses, huts, the road to 3 meters is collapsed in many places. How are we going to place e new road 7 m wide still is a mystery to me.
The setting is as in a movie. There is no trace of technology. The fences are made weaving branches, roofs are made of straws and the houses of mud. The stairs are in raw stone orderly placed.
I guess the prehistory was so.


Then we reach the end of our road and slowly we are heading back the port.
to get the same ship, which in the meantime has been in the "port". The trip starts at 19 and arrives in the capital at 6 am. Along the way back, just as we are driving along the river bed, we cross our other car that has stopped and is collecting samples of rock. One of staff, wawes at us and says:
"They called from the ship, hurry to the port since the low tide is about to start, and the ship must move away from the coast".

And so headlong to the port running as mad on so safe roads, in attempts to reach on time.
Run Run, finally we reach the sea and what do we find? The ferry is already in the midst of the sea.
And we arrive at the port ask that we can do, because the alternative is to wait until Friday evening, and it was only Tuesday afternoon ! They tell us to wait, because maybe the tide may raise before the 19 and then the ferry would be returned to shore. Meanwhile comes the second car, eat a bite in the restaurant of the place, (please remember that the word "restaurant, as well as "port" are to be intended in their wide meaning) and there we patiently wait in the shadow for this blessed boat be back to the shore . It's 14.


It's now 18, people started to gather at the chute from which you enter the ferry, and we joint the queue with one of the two cars. After about 1 hour the ship arrives, and lowers the bridge. What confusion, people, goats, hens and cars, each pushing to enter, as on the ship they give free sweets.

Fine, in the final climb on the ferry, we fix the car and leave. Nothing significant to add. Three days later, when the car with its occupants had to return, they call our office saying that people can embark, but not the car, since the ship has broken that door that lowers lo let vehicles in. Passengers are taken up with the ladders, the car is still there. The ship has been sent to Indonesia, and for three weeks the beautiful enclave of Oecussi will be "totally isolated.


I suggest the vision of this short excerpt of the video shot to Oecussi.

Nessun commento: